da Repubblica
REGGIO CALABRIA — Se uno si chiama Piromalli o Molè, Pesce o Bellocco, tutte le cassaforti si aprono e il credito è garantito. Se però è lo Stato a chiedere un prestito, le banche scappano e soldi non ce ne sono mai. Così falliscono, in Calabria, le società confiscate ai boss.

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C’è una vicenda che più di tutte dà l’idea di quale fosse lo spessore e l’importanza dell’architetto Giuseppe Liga, arrestato con l’accusa di aver preso il posto al vertice della cosca di San Lorenzo-Tommaso Natale di Salvatore Lo Piccolo finito in galera e dei suoi due figli (Sandro e Calogero, anche loro in galera):tutti appas­sionati di investimenti nel settore immobiliare. Ed è la vicenda del piano di lottiz­zazione per la costruzione di 18 alloggi sociali da parte della coope­rativa Anemone di Palermo, nel quartiere Zen. Una storia mirabilmente raccontata sul Giornale di Sicilia da Giancarlo Macaluso il quale ha ricostruito i contorni di questa storia in cui i prota­gonisti sono i tecnici ma anche i politici che siedono in consiglio comunale. Un piano di lottiz­zazione che, in assenza d decisioni da parte del consiglio comunale, doveva essere approvato grazie alla nomina di un commissario ad acta inviato dalla regione a gennaio di quest’anno. Read the rest of this entry…

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Per la prima volta case di cura private sotto­scrivono un “protocollo di legalità per le aziende sanitarie” e si propongono come partner del sistema pubblico per migliorare l’offerta di prestazioni e frenare la mobilità di pazienti del Centro-Sud della Sicilia verso altre province e altre Regioni.
Aiop Sicilia e Asp 2 di Calta­nissetta si incon­treranno domani mattina a Gela per una verifica congiunta dei livelli di assistenza e della funzio­nalità delle strutture ospedaliere private accre­ditate della provincia. Read the rest of this entry…

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di Nino Amadore

La cattura di Matteo Messina Denaro è una delle questioni che più appassiona gli investi­gatori ma anche chi si occupa di mafia. Il latitante, che gode di grande ascendente su buona parte della Sicilia occidentale (sicuramente sulle province di Trapani, Agrigento, Palermo), resta impren­dibile nonostante chi gli dà la caccia sia arrivato vicino a lui in più di un’occasione. Dal racconto degli investi­gatori emerge un quadro desolante perché il giovane Matteo potrebbe contare sull’appoggio del potere (o dei poteri) e del consenso sociale: la mafia che dà lavoro a tutti e tutti le sono ricono­scenti.  dai profes­sionisti ai politici, dagli impren­ditori ai cittadini. Ma non c’è solo questo. Read the rest of this entry…

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di Nino Amadore

Silvia Resta è una giornalista. Una giornalista precisa e attenta che da anni segue i grandi fatti di cronaca del nostro paese e in parti­colare i fatti di cronaca giudi­ziaria. Si occupa di mafia spesso e volentieri. E delle mafia cerca di raccontare gli aspetti meno semplici, più misteriosi. Senza banalità, ovviamente, nel tentativo di contribuire a dare un quadro chiaro degli eventi di questa Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo con le proprie ombre. Ora Silvia Resta, posati per un attimo il microfono e il calepino, si è soffermata in un’opera più lunga e articolata su uno dei fatti meno chiari della nostra storia contem­poranea: la bomba mafiosa di Firenze del 1993, la strage dei Georgofili, quel boato agli Uffizi, nel cuore della cultura europea anzi mondiale, con il suo carico di morti e di danni. Read the rest of this entry…

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Prevenire è meglio che curare. Anche quando il rischio-malattia si chiama Cosa Nostra. Ne sono convinti alla Cisl che, per “alzare un argine contro la minaccia mafiosa nei cantieri delle grandi opere”, in Sicilia come in Lombardia, ha dato vita stamani a Milano, nella sede meneghina dell’Antica Focacceria san Francesco, a un pool di sinda­calisti anti-boss.

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di Nino Amadore

Non un uomo di rispetto mafioso ma un uomo dello Stato. O forse ambedue le cose. E’ questa l’immagine di don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo morto nel 2002, che emerge dai racconti che il figlio Massimo fa ai magistrati delle procure di Palermo e Calta­nissetta che indagano sulla presunta trattativa tra Stato e mafia in quella terribile estate del 1992 (subito dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio, ovvero dopo la morte di Falcone e prima della morte di Borsellino)  e che sarebbe proseguita poi garantendo impunità a mafiosi di ogni razza a partire da Bernardo Provenzano.

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di Orazio Vecchio

 Quando si è visto restituire seimila euro dagli stessi individui che con le minacce, negli anni, gliene avevano estorte molte altre migliaia, la vittima taglieggiata, più che ralle­grarsi, si sarà insospettita. Se non altro, perché quando un impren­ditore denuncia il racket del pizzo, la mafia reagisce. In quel caso, il clan Cintorino rispose con astuzia: cercava, attraverso la resti­tuzione di quella somma, uno sconto di pena in caso di condanna. Salvo poi chiedere ancora una volta indietro quei seimila euro. Con gli interessi. Read the rest of this entry…

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