di Nino Amadore

Silvia Resta è una giornalista. Una giornalista precisa e attenta che da anni segue i grandi fatti di cronaca del nostro paese e in parti­colare i fatti di cronaca giudi­ziaria. Si occupa di mafia spesso e volentieri. E delle mafia cerca di raccontare gli aspetti meno semplici, più misteriosi. Senza banalità, ovviamente, nel tentativo di contribuire a dare un quadro chiaro degli eventi di questa Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo con le proprie ombre. Ora Silvia Resta, posati per un attimo il microfono e il calepino, si è soffermata in un’opera più lunga e articolata su uno dei fatti meno chiari della nostra storia contem­poranea: la bomba mafiosa di Firenze del 1993, la strage dei Georgofili, quel boato agli Uffizi, nel cuore della cultura europea anzi mondiale, con il suo carico di morti e di danni. Il viaggio dentro quei misteri ha portato alla pubbli­cazione del libro “La bomba di Firenze-Fantacronaca delle stragi del 1993” con prefazione del magistrato Alfonso Sabella. (Infinito edizioni, 144 pagine,12 euro) E come ci spiega già dal titolo ha dovuto avven­turarsi in un ambito che non è del cronista, non è di chi si appiglia ai fatti con deter­mi­nazione, con testar­daggine. Ma di chi ancora, pur avendo in testa tante piste e tante strade possibili da seguire, non riesce a trovare la prova regina che una di quelle strade sia quella giusta. Gira attorno ai fatti, agli uomini, ai personaggi, ascoltando i testimoni con alcune semplici domande in testa: fu solo la mafia a decidere quelle stragi? Ci fu qualche altro interesse? Che ruolo ebbero alcuni personaggi inquietanti poi usciti dall’inchiesta? A chi servirono quelle stragi? Forse qualcosa in più si saprà e si è saputo dalle dichia­razioni del pentito Gaspare Spatuzza, l’uomo di fiducia dei fratelli Graviano, i temibili boss di Brancaccio. Di certo siamo ancora all’inizio di una possibile verità
Silvia Resta, intanto, cerca di dare alcune risposte a modo suo, da giornalista ma badando bene a salva­guardarsi da possibili attacchi e querele. Perché oggi il vero tema è questo: che i giornalisti di inchiesta paghino, magari per un errore da nulla, ai mafiosi un vitalizio. Scrive Sabella nella prefazione: “Con le stragi siciliane di Capaci e via d’Amelio Cosa Nostra aveva dichiarato guerra allo Stato, con quelle del Continente dell’anno successivo, invece, la mafia avrebbe cercato di dialogare con le Istituzioni. Lo scopo sarebbe stato quello di trattare per ottenere le solite cose: revisione dei processi, abrogazione della legge sui pentiti, abolizione del 41 bis, scarce­razione dei vecchi boss malati… In cambio si offriva, appunto, la pace e la tranquillità del Paese…”