Sarà presentato venerdì alle 17,30 nella sede di Confin­dustria Sicilia in Via Alessandro Volta a Palermo il libro della giornalista Marianna Bartoccelli dedicato a Mimì La Cavera, primo presidente di Sicin­dustria. Il libro dal titolo “Nuvola rossa, i paradossi che si rincorrono e la maledizione siciliana” è edito da Flaccovio. Pubbli­chiamo l’intervista rilasciata da Mimì La Cavera al Sole 24Ore qualche mese fa.

PALERMO — È stato il primo presidente di Confin­dustria Sicilia ma anche il prota­gonista indiscusso del processo di industria­liz­zazione dell’isola. Domenico La Cavera, 89 anni festeggiati la scorsa settimana da Confin­dustria Sicilia con un convegno dedicato alla storia e alle prospettive dell’industria nella regione, continua ad avere il piglio batta­gliero di un tempo: «Di giorno riesco a essere ottimista — dice — ma di notte mi assalgono gli incubi, i pensieri e il pessimismo sul futuro di questa regione prevale». L’industria in Sicilia tra passato e futuro è stato un po’ il tema trattato la settimana scorsa.
Qual è il suo modello?
Hanno sempre detto che la Sicilia deve puntare su agricoltura e turismo. Lo stesso presidente della Regione Salvatore Cuffaro lo ha ripetuto più volte. Io ho sempre sostenuto che invece bisogna sviluppare il manifat­turiero. Ora mi dicono ci sono situazioni interessanti nelle varie province.
Oggi si discute di Accordo di programma per la chimica, un settore simbolo dell’industrializzazione siciliana.
Sono sempre stato contrario a quegli insediamenti che considero oasi di pattumiere. Sono il frutto di una piani­fi­cazione industriale sbagliata, figlia dello strapotere dei monopoli. Secondo me erano e sono cattedrali nel deserto.
Già, la lotta contro i monopoli che è poi stata uno dei motivi della sua espulsione da Confin­dustria.
Altri tempi. Oggi vedo un’attenzione diversa da parte del sistema confin­du­striale nei confronti del Sud. Apprezzo molto il lavoro che sta facendo Monte­zemolo.
Ma lei ha appoggiato Enrico Mattei e lo sbarco dell’Eni in Sicilia?
È vero: la mia idea era quella di utilizzare le risorse del sottosuolo per far crescere le imprese siciliane. Quando mi sono accorto che Enrico aveva un altro progetto ho rotto anche con lui.
Qual era il suo progetto?
Ho lottato per portare in Sicilia l’insediamento siderurgico che poi è andato a Taranto. Ma mi fu risposto: “Mimì ma che dici? Più fabbriche più comunisti”.
Lei è stato l’artefice della Sofis, la Società finan­ziaria che doveva sostenere lo sviluppo delle imprese siciliane.
La Sofis era un progetto nobile che è stato poi snaturato dalla politica e in parti­colare dall’allora presidente della Regione Giuseppe La Loggia. Io puntavo a racco­gliere in una finan­ziaria regionale il risparmio dei siciliani, fino ad allora immobi­lizzato in titoli postali, per utilizzarlo a sostegno dello sviluppo delle Pmi dell’isola. Così non è stato.
Ma quando si parla di sviluppo della regione non si può non parlare di condi­zio­namento mafioso.
La mafia c’è perché la gente è vigliacca e la vuole mantenere. Lei se lo spiega perché io non ho mai avuto contatti con la mafia? Hanno capito che io non combattevo una battaglia a fini personali.

pubblicato su Il Sole 24Ore-Sud il 26 ottobre 2005