L’aveva promesso durante l’incontro  con i respon­sabili del Gruppo Alce Nero Mielizia e ha mantenuto la sua promessa. Il principe del Giappone Akishino, secon­do­genito dell’imperatore Akihito, ha gustato le reginelle biologiche Libera Terra, la pasta realizzata dalle coope­rative sociali siciliane che coltivano i terreni confiscati dallo Stato ai boss mafiosi. Read the rest of this entry…

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Per quanto riguarda i beni sottratti a Cosa nostra la Sicilia fa storia a sè, anche rispetto al Sud oltre che rispetto all’intera area nazionale . Nell’isola, infatti, i beni immobili tolti alla mafia ammontano a 2.302 e i beni mobili a 1.384, mentre sono 33 le aziende sottratte ai boss. Il valore delle tre ‘tipologie’ di confisca ammonta a oltre 193 milioni, oltre 41 milioni e oltre a 7 milioni di euro. Anche perché come fa notare il procu­ratore aggiunto di Palermo Giuseppe Pignatone è al Sud che si concentrano i provve­dimenti. ”Perche’ le misure di prevenzione si fermano a Napoli e non arrivano fino al Nord, non e’ un paradosso evidente?” si chiede Pignatone. Confermando con questa domanda retorica che è nelle regioni ricche che oggi biosgna cercare di rintraccaire le ricchezze di Cosa nostra: ”Nel Nord –ha spiegato ancora Pignatone– i beni non vengono mai confiscati”

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Ciò che inquieta parecchio nella vicenda del “tesoro” di don Vito Ciancimino è la figura dell’avvocato inter­na­zio­nalista Giorgio Ghiron. Facendo qualche piccola ricerca su internet l’avvocato inter­na­zio­nalista  con parti­colari conoscenze si direbbe per il diritto dei cosiddetti paradisi fiscali, figura nell’elenco degli studi accre­ditati dell’Ambasciata americana in Italia. Un fatto quasi ovvio per un avvocato di quel livello con studi a Roma, a Napoli e a New York. Nel contesto della conta­mi­nazione tra profes­sionisti e mafia però Ghiron diventa un simbolo: il grande avvocato che si mette al servizio del boss che grazie al suo ruolo all’interno di Cosa nostra e nella pubblica ammini­strazione ha accumulato un grande patrimonio. Read the rest of this entry…

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C’è un aspetto divertente nella storia dell’arresto di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, ex sindaco di Plermo condannato per mafia morto qualche anno fa: Massimo, che è accusato di voler riciclare il tesoro accumulato dal padre, per il fisco italiano era quasi nulla­tenente: dalla indagini risultano solo i redditi derivanti dalla gestione della Pentamax. Così come nulla­tenente era la sorella Luciana: in verità il conto per i pezzi di cashmere lo pagava l’avvocato Giorgio Ghiron, l’avvocato romano uomo di fiducia di don Vito. A  lui l’ex sindaco di Palermo, il prota­gonista del sacco edilizio della città, ha affidato le ultime volontà.  I due sono stati arrestati perché secondo i magistrati hanno tentato di inquinare le prove di un’inchiesta che va avanti ormai da oltre un anno. Vi è coinvolto un altro profes­sionista paler­mitano: il professore univer­sitario Gianni Lapis.

Il nome di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, arrestato questa mattina insieme all’avvocato Giorgio Ghiron, per riciclaggio, reimpiego e intestazione fittizia di denaro, beni o utilita’ di prove­nienza illecita, era emerso due mesi fa da uno dei ‘pizzini’ ritrovati nel covo di Bernardo Provenzano, nel quale, secondo quanto si e’ appreso, l’autore, “Alessio”, nome che secondo gli inquirenti cela Matteo Messina Denaro, fa riferimento a Massimo Ciancimino. Il bigliettino e’ consi­derato un “formi­dabile riscontro” dai magistrati del pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Pignatone e sara’ utilizzato nell’inchiesta su Ciancimino, indagato assieme ai fratelli, alla madre e agli avvocati Giorgio Ghiron e Gianni Lapis, con l’accusa di fittizia intestazione di beni. Nell’ambito dell’indagine sono stati seque­strati beni per circa 30 milioni. Nel pizzino il boss latitante di Castel­vetrano, afferma che Massimo Ciancimino avrebbe intascato parte di una somma di denaro destinata alla ‘messa a posto’ di una ditta sub-appaltatrice, impegnata in lavori di metaniz­zazione nella zona di Alcamo. Rivol­gendosi con l’usuale deferenza a Provenzano, Messina Denaro scrive che “il figlio del paesano suo che e’ morto a Roma” non avrebbe versato l’intera somma. Per questo motivo chiede al capomafia corleonese se ne sappia qualcosa. La vicenda era gia’ venuta fuori nel corso delle indagini riguardanti Massimo Ciancimino: ne avevano parlato i pentiti Giovanni Brusca e Giuseppe Ferro, sostenendo che il boss Leoluca Bagarella aveva preteso che la ditta pagasse la tangente alle famiglie mafiose di Alcamo. Nell’occasione, il cognato di Toto’ Riina aveva usato parole molto dure nei confronti di Massimo Ciancimino, per il suo atteg­giamento di rifiuto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quest’ultimo avrebbe cosi’ fatto avere il denaro diret­tamente a Provenzano. I carabinieri avevano poi ricostruito che la ditta in questione era la Si.La. srl, ritenuta vicina alla cosca di Belmonte Mezzagno, in parti­colare al boss Ciccio Pastoia, fedelissimo di Provenzano, morto suicida in carcere nel 2005: la Si.La. svolgeva lavori per la Gas spa, societa’ in cui il figlio dell’ex sindaco non aveva alcuna veste formale. Secondo i pm il suo interes­samento sarebbe dunque il segno che in realta’ aveva interessi nella Gas. Ciancimino ha sempre negato le circostanze.

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