C’è un aspetto divertente nella storia dell’arresto di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, ex sindaco di Plermo condannato per mafia morto qualche anno fa: Massimo, che è accusato di voler riciclare il tesoro accumulato dal padre, per il fisco italiano era quasi nullatenente: dalla indagini risultano solo i redditi derivanti dalla gestione della Pentamax. Così come nullatenente era la sorella Luciana: in verità il conto per i pezzi di cashmere lo pagava l’avvocato Giorgio Ghiron, l’avvocato romano uomo di fiducia di don Vito. A lui l’ex sindaco di Palermo, il protagonista del sacco edilizio della città, ha affidato le ultime volontà. I due sono stati arrestati perché secondo i magistrati hanno tentato di inquinare le prove di un’inchiesta che va avanti ormai da oltre un anno. Vi è coinvolto un altro professionista palermitano: il professore universitario Gianni Lapis.
Il nome di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, arrestato questa mattina insieme all’avvocato Giorgio Ghiron, per riciclaggio, reimpiego e intestazione fittizia di denaro, beni o utilita’ di provenienza illecita, era emerso due mesi fa da uno dei ‘pizzini’ ritrovati nel covo di Bernardo Provenzano, nel quale, secondo quanto si e’ appreso, l’autore, “Alessio”, nome che secondo gli inquirenti cela Matteo Messina Denaro, fa riferimento a Massimo Ciancimino. Il bigliettino e’ considerato un “formidabile riscontro” dai magistrati del pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Pignatone e sara’ utilizzato nell’inchiesta su Ciancimino, indagato assieme ai fratelli, alla madre e agli avvocati Giorgio Ghiron e Gianni Lapis, con l’accusa di fittizia intestazione di beni. Nell’ambito dell’indagine sono stati sequestrati beni per circa 30 milioni. Nel pizzino il boss latitante di Castelvetrano, afferma che Massimo Ciancimino avrebbe intascato parte di una somma di denaro destinata alla ‘messa a posto’ di una ditta sub-appaltatrice, impegnata in lavori di metanizzazione nella zona di Alcamo. Rivolgendosi con l’usuale deferenza a Provenzano, Messina Denaro scrive che “il figlio del paesano suo che e’ morto a Roma” non avrebbe versato l’intera somma. Per questo motivo chiede al capomafia corleonese se ne sappia qualcosa. La vicenda era gia’ venuta fuori nel corso delle indagini riguardanti Massimo Ciancimino: ne avevano parlato i pentiti Giovanni Brusca e Giuseppe Ferro, sostenendo che il boss Leoluca Bagarella aveva preteso che la ditta pagasse la tangente alle famiglie mafiose di Alcamo. Nell’occasione, il cognato di Toto’ Riina aveva usato parole molto dure nei confronti di Massimo Ciancimino, per il suo atteggiamento di rifiuto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quest’ultimo avrebbe cosi’ fatto avere il denaro direttamente a Provenzano. I carabinieri avevano poi ricostruito che la ditta in questione era la Si.La. srl, ritenuta vicina alla cosca di Belmonte Mezzagno, in particolare al boss Ciccio Pastoia, fedelissimo di Provenzano, morto suicida in carcere nel 2005: la Si.La. svolgeva lavori per la Gas spa, societa’ in cui il figlio dell’ex sindaco non aveva alcuna veste formale. Secondo i pm il suo interessamento sarebbe dunque il segno che in realta’ aveva interessi nella Gas. Ciancimino ha sempre negato le circostanze.
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