ROMA. Il testo che pubbli­chiamo sotto è un estratto dell’audizione di Pietro Grasso, oggi capo della Direzione nazionale antimafia, di fronte alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. E’ una ricostruzione signi­fi­cativa di come Cosa nostra si inserisca oggi nel sistema degli appalti pubblici. Nei prossimi giorni pubbli­cheremo le altre puntate.

Stiamo svolgendo numerose indagini e devo ammettere che abbiamo trovato delle situazioni limite. Ad esempio, c’è il caso di un’impresa che, aggiu­di­catasi l’appalto in maniera assolu­tamente legale, è stata obbligata dal mafioso del luogo a cedere l’esecuzione dei lavori. All’impresa aggiu­di­cataria è stato versato il 5 per cento a titolo di rimborso delle spese per l’aggiudicazione dei lavori, mentre i lavori sono stati interamente eseguiti dal mafioso locale.
Pertanto, il problema va oltre qualsiasi sistema di controllo che noi possiamo attivare, né credo che cambiando la normativa si riesca a trovare un rimedio. Il problema va risolto in altro modo, inter­venendo sul sistema stesso delle imprese. Insomma, la soluzione dovrebbe provenire dall’imprenditoria, che finirà con l’implodere quando non riuscirà più a reggere questo sistema. In effetti, vi sono appalti aggiu­dicati con il 20–30 per cento di ribasso; poi bisogna pagare il 2–3 per cento alla mafia. Se a questo si aggiunge la tangente pagata al burocrate o al politico di turno (lo dico non riferendomi a qualcuno, perché in questi casi procediamo, ma come quadro generale) per garantirsi l’aggiudicazione, ci si rende facilmente conto che prima o poi le crepe diverranno insanabili.
In più ci sono molti settori dove vige un regime di monopolio. Uno di questi è il cemento. Nel corso di un’indagine, grazie ad un’intercettazione telefonica, ci siamo imbattuti nella vicenda di un impren­ditore che, aggiu­di­catosi un appalto, doveva fare in un deter­minato giorno il getto per le opere che aveva in costruzione. Senonché, la ditta che gli forniva il cemento proprio quel giorno aveva avuto un guasto all’impianto e, di conse­guenza, non poteva effettuare la fornitura. L’imprenditore, tramite le pagine gialle, si è messo in contatto con un’altra tra le ditte a lui più vicine. Richiesta la fornitura, il titolare del cemen­tificio si è informato sulla zona in cui occorreva consegnare e, appreso che era in provincia di Agrigento, si è rifiutato di effet­tuarla, sostenendo di essere impos­si­bi­litato ad operare in quella zona. Nonostante le insistenze dell’imprenditore e l’offerta di un compenso maggiore, questi si è visto opporre un rifiuto categorico. Questo può essere definito un libero mercato? Ecco perché bisogna guardare ai problemi con una visione globale. Non si può pensare esclu­si­vamente ad interventi sulla normativa. Adesso, ad esempio, si va attuando la concen­trazione delle stazioni appaltanti. Di sicuro, è un vantaggio avere tutti i dati concentrati, ma questa non sarà la panacea che risolve il problema. È probabile che gli impren­ditori possano — come è avvenuto in passato per altre situazioni — decidere di non sopportare più questo sistema, perché non garantisce più profitto. E la benzina che spinge il motore dell’imprenditoria è il profitto.

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ROMA. Il testo che pubbli­chiamo sotto è un estratto dell’audizione di Pietro Grasso, oggi capo della Direzione nazionale antimafia, di fronte alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. E’ una ricostruzione signi­fi­cativa di come Cosa nostra si inserisca oggi nel sistema degli appalti pubblici. Nei prossimi giorni pubbli­cheremo le altre puntate.

Il livello di infil­trazioni mafiose negli appalti pubblici riguarda, in generale, tutti gli appalti. Ovviamente, essendovi dei bandi di gara anche per la gestione dei rifiuti, questo settore non fa certamente eccezione. Attualmente siamo in presenza di un certo sistema che vige per gli appalti: vi è una sorta di accordo — non saprei come meglio definirlo — tra impren­ditoria, mafia e politica-pubblica ammini­strazione. Il fulcro di questo sistema è l’imprenditore, unica figura in grado di deviare finan­ziamenti pubblici verso attività illegali; senza l’accordo dell’imprenditore, infatti, sarebbe impos­sibile far girare l’intero sistema. Sappiamo che oggi le imprese devono pagare un 2–3 per cento alla mafia per la cosiddetta «messa a posto». Qualsiasi attività che viene compiuta sul territorio esige il pagamento di questa tangente. Anche nell’ambito della procedura di aggiu­di­cazione degli appalti vige un sistema: vi è una sorta di cordata tra impren­ditori, che «gestiscono» le varie offerte decidendo di fatto chi deve aggiu­dicarsi l’appalto. Sotto questo profilo, pur non avendo potuto ancora provare una gestione centra­lizzata, così com’era stato accertato ai tempi del colla­bo­ratore di giustizia Angelo Siino — il famoso «tavolino degli appalti» -, abbiamo comunque la prova di un’ingerenza della mafia nella gestione degli appalti. Quando seque­striamo i famosi «pizzini» a Provenzano, tra questi troviamo la racco­man­dazione per far aggiu­dicare la gara ad una certa impresa. È evidente che l’impresa racco­mandata mostrerà succes­si­vamente grati­tudine, e comunque dovrà pagare. Il problema è che l’impresa non si lamenta di questo sistema, in quanto già deve essere grata per aver vinto l’appalto. Assistiamo, dunque, ad un capovol­gimento del sistema. In un mercato aperto, regolato dalla libera concorrenza, il discorso assume conno­tazioni ben diverse. Dove invece vige un monopolio o un oligopolio da parte di cordate di impren­ditori, che cercano di trarre un vantaggio dal sistema stesso, si ha la sostanziale esclusione di parte dell’imprenditoria, costretta o a subire o, se riesce ad ottenere qualche appalto, comunque a pagare il prezzo della tangente o a chiudere o a trasferirsi altrove. Gli impren­ditori che decidono di rimanere, in genere, cercano di tramutare questo sistema in un utile per l’impresa stessa. Procedendo di questo passo, le imprese diventano man mano delle scatole vuote in mano agli impren­ditori: la progressiva infil­trazione dei mafiosi, infatti, attraverso l’investimento di capitali nell’impresa, fa sì che gli impren­ditori vengano ridotti al rango di meri prestanome. Ci sono anche imprese che si prestano a false fattu­razioni per poter gestire il pagamento in nero delle tangenti, o imprese che, pur non essendo mafiose, assumono una posizione di leader nella cordata degli impren­ditori, garantendo il buon esito del funzio­namento del sistema.

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Un lavoro strate­gi­camente importante contro la censura, è la prima volta che un’inchiesta scomoda come questa esce in prima assoluta in libreria”. Così Michele Santoro ha presentato “Lamafia è bianca”, documentario-inchiesta di Stefano Maria Bianchie Alberto Nerazzini (due ex della squadra di ‘Sciuscià’) sugliin­trecci tra crimi­nalità organizzata e politica in Sicilia nella­ge­stione della sanità. Un atto d’accusa durissimo ma documen­ta­tissimo sullo sfascio dell’assistenza pubblica e sugli affari d’oro di quella privata, ma soprattutto il ritratto impietoso di una classe dirigente regionale e nazionale realizzato non solo attraverso le carte dei processi di mafia ma attraverso i volti, le voci, le dichia­razioni pubbliche. Il documentario esce per la collana Bur ‘Senza filtro’ in cofanetto assieme ad un libro con lapre­fazione di Michele Santoro. Se avràsucceso, hanno spiegato gli autori, ci sono altre due produ­zionidel genere in program­mazione: il giornalismo d’inchiesta, che negli ultimi anni ha trovato sempre meno spazio in tv, cerca ilriscatto in libreria.

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”In occasione delle elezioni ammini­strative del 2001 a Marsala ho avuto modo di comprendere come la crimi­nalita’ organizzata tenta di entrare diret­tamente nelle istituzioni”. A parlare e’ il deputato dell’Udc, Massimo Grillo, componente della Commissione nazionale Antimafia, ascoltato come testimone dai pm che hanno coordinato l’inchiesta ‘Peronospera’ che oggi ha portato all’arresto di sei persone nel trapanese. Read the rest of this entry…

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