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		<title>Cinquelire</title>
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		<title>Cosa Nostra in crisi e i boss in cella si suicidano</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 09:59:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[professionisti e mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nino Materi
da Il Giornale
Avete presente film come «Un boss sotto stress» e «Terapia e pallottole»? Ecco, quella è la versione comica di un fenomeno che invece, nella realtà, appare drammaticamente seria. Per uscire dalla depressione i capiclan di Cosa Nostra, Mafia, Camorra e ’Ndrangheta non si stendono infatti sul lettino dello psicanalista, ma finiscono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nino Materi</strong><br />
<a href="http://www.ilgiornale.it">da Il Giornale</a></p>
<p>Avete presente film come «Un boss sotto stress» e «Terapia e pallottole»? Ecco, quella è la versione comica di un fenomeno che invece, nella realtà, appare drammaticamente seria. Per uscire dalla depressione i capiclan di Cosa Nostra, Mafia, Camorra e ’Ndrangheta non si stendono infatti sul lettino dello psicanalista, ma finiscono direttamente sul marmo dell’obitorio: morti stecchini, anzi suicidi. Tra le grandi organizzazioni criminali gli affiliati che negli ultimi tempi hanno deciso di togliersi la vita sono aumentati in maniera clamorosa. A tenerne la macabra contabilità — ma soprattutto a investigarne le cause — sono due psicoterapeuti dell’Università degli Sudi di Palermo, Franco Di Maria e Giorgio Falgares.</p>
<p><span id="more-1113"></span>Un estratto della loro ricerca si trova nell’ultimo numero della rivista scientifica Psicologia Contemporanea, diretta da Anna Oliverio Ferraris.<br />
Partiamo dalle prime due domande-chiave: chi sono gli «uomini d’onore» che si sono suicidati e perché lo hanno fatto? L’elenco dei nomi sarebbe lungo, per questo i ricercatori siciliani si soffermano sugli esempi eblematici di Francesco Pastoia, Tanino Lo Presti e Salvatore Bonanno. Tre storie tra loro diverse ma accomunate da un identico disagio: «La colpa intollerabile di aver parlato troppo, in modo imprudente e con persone sbagliate». E quando si commettono simili errori «il suicidio può essere interpretato come un comportamento estremo di tipo espiatorio». Boss quindi sull’orlo di una crisi di nervi per aver messo — loro malgrado — lo Stato in condizione di avere la meglio sul proprio gruppo di appartenenza. Le forze dell’ordine che disarticolano i le famiglie sequestrano i loro beni, arrestano i mammasantissima sono situazioni che gli «uomini d’onore» non possono tollerare perché minano i pilastri che sostengono potere e «cultura» mafiosa.<br />
«È da diversi mesi — spiegano Di Maria e Falgares — che all’interno di Cosa Nostra si registrano numerosi casi di suicidio, che hanno coinvolto, in particolare, alcuni esponenti di spicco dei gruppi criminali vicini ai boss Provenzano e Lo Piccolo».<br />
«Va chiarito — si legge nello studio ripreso da Psicologia Contemporanea — che le storie riportate sono accomunate dal fatto che chi si suicida non lo fa perché teme di essere ucciso o teme per la vita dei propri familiari. In effetti, non si tratta di collaboratori di giustizia, che temono per la propria vita e per questo chiedono aiuto allo Stato. Si evince nettamente, invece, che la scelta di togliersi la vita è espressione “tragica“ e consapevole del proprio senso di devozione verso l’organizzazione, nei confronti della quale il mafioso ha involontariamente “mancato di rispetto“ (in questo caso la morte è una vera e propria autopunizione)».<br />
In questi casi — evidenziano i due psicoterapeuti palermitani -, l’aspetto più sorprendente è l’estrema fragilità di questi soggetti (per i quali si può parlare di effettiva condizione depressiva), che sembra contraddire l’immagine stereotipata dell’uomo d’onore forte, senza paura e virile. Si tratta di un aspetto messo in luce dal magistrato palermitano Antonio Ingroia che, in un recente articolo, avanza l’ipotesi che i casi di suicidio svelino un’inedita fragilità dell’identità mafiosa, segno evidente di un profondo cambiamento nel rapporto con le organizzazione criminali, riconosciute ancora forti, ma anche profondamente segnate dall’efficace controffensiva dello Stato. E quanto più quest’ultimo mette a segno i suoi colpi, tanto più esso viene percepito da Cosa Nostra, Mafia, Camorra e ’Ndrangheta come «nemico»; non soltanto perché mette a rischio l’impunità, ma anche perché minaccia il proprio gruppo di appartenenza, vissuto come un’entità superiore, proprio come accade nelle subculture fondamentaliste di tipo religioso. «La cui forza totalizzante — concludono i ricercatori dell’Università di Palermo — si dimostra ancor più vincolante nei momenti di crisi, quando cioè lo Stato tenta di minacciarne, ad esempio attraverso gli arresti, l’esistenza o l’identità sociale».<br />
<br />
</p>
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		<title>A Palermo il World organized crime memorial museum: il comitato scientifico torna a riunirsi il 27 settembre</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 15:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[professionisti e mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Si e’ insediato nei giorni scorsi, nella sede dell’assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identita’ siciliana, a Palermo, il comitato scientifico incaricato dall’assessore Gaetano Armao di studiare la fattibilita’ operativa di un museo sulla criminalita’ organizzata. Una iniziativa di respiro internazionale, preparata dalle universita’ di Palermo, Cattolica di Milano Iulm e fondazione Banco di Sicilia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si e’ insediato nei giorni scorsi, nella sede dell’assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identita’ siciliana, a Palermo, il comitato scientifico incaricato dall’assessore Gaetano Armao di studiare la fattibilita’ operativa di un museo sulla criminalita’ organizzata. <span id="more-1110"></span>Una iniziativa di respiro internazionale, preparata dalle universita’ di Palermo, Cattolica di Milano Iulm e fondazione Banco di Sicilia, e raccolta dal Governo italiano che la presentera’ nelle prossime settimane alla Conferenza delle parti alle Nazioni unite di Vienna e che potra’ essere realizzata a Palermo, con la collaborazione di tutte le istituzioni interessate. Fanno parte della commissione, oltre all’assessore Gaetano Armao, Alessandro Maria Cali’, Gesualdo Campo, Salvatore Costantino, padre Nino Fasulo, Francesco Forgione, Francesco La Licata, Manlio Mele, Giovanni Puglisi, Claudio Riolo, Umberto Santino, Ernesto Savona, Vittorio Sgarbi, Pier Luigi Vigna. Il comitato ha il compito di collaborare alle attivita’ che si renderanno necessarie durante la ricognizione storica, la definizione e la fondazione del Museo stesso e di esaminare tutte le questioni operative connesse con la scelta del sito e l’avvio del progetto architettonico. “La prima riunione del comitato — dice l’assessore Armao — si tiene in una data simbolica come il 3 settembre, anniversario dell’eccidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, al cui ricordo rendiamo omaggio. La memoria e’ fondamentale e il museo sara’ un luogo dove i giovani potranno ripercorrere gli anni bui in cui Palermo e’ stata vittima della violenza mafiosa, ma anche il percorso di liberazione di questa terra, attraverso i suoi protagonisti. L’idea del museo della memoria e della legalita’ si connette all’iniziativa dell’Onu attraverso le celebrazioni dei 10 anni della Convenzione di Palermo sul crimine organizzato”. L’iniziativa della Regione, infatti, nasce in parallelo con quella dell’Onu che in ottobre riunira’ a Vienna i rappresentanti dei paesi firmatari della Convenzione di Palermo sul crimine organizzato e transnazionale, e dove il ministro italiano della Giustizia, Angelino Alfano, presentera’ il progetto di un museo mondiale sul crimine organizzato che si dovrebbe chiamare Womm, World organized crime memorial museum. “Palermo — ha spiegato Ernesto Savona, membro del comitato e ispiratore del progetto del Womm — sara’ la sede naturale per questo museo. A questa citta’ tutto il mondo guardera’ per conoscere tutto quello che e’ stato fatto contro il crimine organizzato, per celebrare la memoria dei martiri e per trasmetterne la storia alle giovani generazioni”. La prossima riunione del comitato e’ stata fissata per il prossimo 27 settembre alle 11, a Palermo, per definire, di concerto con il comune di Palermo, le modalita’ e le caratteristiche per l’individuazione dell’area dove sorgera’ il museo, ma anche i passaggi amministrativi e giuridici necessari alla sua istituzione. “Questo museo — ha detto Armao — anche attraverso le sue caratteristiche architettoniche dovra’ dare simbolicamente la percezione di un luogo di rottura con un cammino che sembrava un tunnel interminabile e che invece e’ diventato un percorso di luce verso la liberazione dalla mafia, grazie al sacrificio e al coraggio . Sara’ un museo dinamico, che non raccontera’ la storia del crimine organizzato soltanto attraverso reperti, ma fara’ rivivere le sensazioni e le emozioni legate ai momenti di dolore ma anche a quelli di orgoglio per le iniziative popolari come il popolo delle lenzuola o il movimento di Addio Pizzo che, insieme agli sforzi di magistratura e forze dell’ordine, hanno contribuito alla lotta contro la mafia”.<br />
<br />
</p>
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		<title>In Calabria le forze dell’ordine possono sparare alle “vacche sacre” della ‘ndrangheta</title>
		<link>http://www.cinquelire.info/?p=1107</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 10:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[professionisti e mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[da Geapress
E’ stata pubblicata il primo settembre nel Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Se non impugnata, le Forze dell’Ordine potranno sparare ai bovini vaganti. Detta così, però, non si fa giustizia neanche alla inutilità del metodo. Il problema, infatti, è vecchio, serio e non risolto. Anzi peggio, c’è come risolverlo ma lo Stato, che in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da <a href="http://www.geapress.org/">Geapress</a><br />
E’ stata pubblicata il primo settembre nel Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Se non impugnata, le Forze dell’Ordine potranno sparare ai bovini vaganti. Detta così, però, non si fa giustizia neanche alla inutilità del metodo. Il problema, infatti, è vecchio, serio e non risolto. Anzi peggio, c’è come risolverlo ma lo Stato, che in molte zone della Calabria non esiste, ricorre ai pannicelli caldi per mettersi (non si capisce più innanzi a chi) la coscienza a posto. Stiamo parlando delle cosiddette “vacche sacre”; non quelle degli indù ma bensì quelle dei boss della ‘ndrangheta che con il pascolo delle vacche allo stato brado fanno affari. <span id="more-1107"></span>Vi è però un altro vantaggio: con la sfacciata presenza degli ignari bovini, la ‘ndrangheta marchia il criminale possesso del territorio. Un pò come avviene con i cavalli di mafia, liberi di circolare con il calesse da corsa nei perimetri urbani grazie al Codice della Strada. E’ la stessa cosa, solo che nelle montagne calabresi si ha la vacca e la (inesistente) anagrafe bovina.</p>
<p>Su tale manifestazione di possesso si è espresso, ad esempio, il Questore di Reggio Calabria audito, nel 1994, dalla Commissione Parlamentare Anti Mafia. Basta la semplice presenza delle vacche per significare chi possiede il territorio. In Calabria lo sanno tutti, dai Sindaci agli allevatori che devono subire i soprusi dei boss. Recita (tradotto) un detto locale: la pecora fa ricchezza e la vacca fa grandezza. Più chiaro di così!</p>
<p>A dimostrazione di come il problema sia antico, nell’audizione di sedici anni addietro si evidenziò la mancanza di un quadro normativo che prevedesse di affrontare organicamente il problema. Singolare la battuta dell’allora Prefetto di Reggio il quale scherzò sul fatto che nell’eventuale provvedimento dovesse essere previsto l’impossibilità da parte delle associazioni protezionistiche di denunciare gli abbattimenti degli animali. Un pò come anni dopo si è fatto con la legge contro il maltrattamento degli animali, prevedendo l’esclusione dal suo campo di applicazione, ad esempio, dei palii tradizionali di cavalli.</p>
<p>Le prime vacche, forse, apparvero a Cittanova, nel versante tirrenico di Reggio Calabria, ed appartenevano ad una nota ‘ndrina del posto. Da allora si sono diffuse in decine di altri territori comunali. Vengono comunque seguite fino al momento del macello, ovviamente abusivo. Gli animali vengono circondati e stretti lungo una strada dove è poi sistemata una passerella che li fa salire su un camion. Questo per la ‘ndrangheta, ma per lo Stato è un’altra cosa. Vi sono problemi serissimi sia di praticabilità del territorio che di inseguimento dei capi la cui buona conoscenza del territorio consente velocemente di spostarsi, finanche attraverso passi angusti, da un versante all’altro della dorsale appenninica calabrese. Quasi impossibile catturali senza ucciderli. Ci provarono nel 1992 i Carabinieri, ma i 46 capi sistemati in una stalla dopo mille peripezie, sono stati da loro accuditi per settimane, in attesa di definitiva sistemazione. Ogni giorno dieci Carabinieri dovevano trasformarsi in stallieri ed essere così distolti dal controllo del territorio. Anche l’abbattimento, però, non funziona. Questo perchè il trasporto di una carcassa di alcuni quintali attraverso ardui sentieri presenta, ovviamente, delle difficoltà.</p>
<p>Fino al 1989, prima dell’abrogazione, era in vigore un Regio Decreto del 1899 il quale istituiva una sorta di anagrafe bovina. Certo che se tutti gli animali venissero anagrafati, il fenomeno delle vacche sacre sarebbe estinto, ma evidentemente in Calabria le cose vanno diversamente, perché da più di dieci anni l’anagrafe bovina in Italia c’è per davvero. Tutti gli animali, quindi anche quelli calabresi, dovrebbero avere la marca auricolare, essere inseriti nella banca data centralizzata gestita dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo, e dovrebbe già da un pezzo essere completata l’anagrafe aziendale. Essendo però mancante quest’opera, almeno per le vacche sacre, i bovini hanno continuato a diffondersi per il piacere di dominio della ‘ndrangheta. Ecco, allora, che salta fuori il pannicello caldo il quale dispone, per fortuna solo per i casi di pericolo concreto per l’incolumità della popolazione e la circolazione stradale, che le Forze dell’Ordine provvedano agli abbattimenti. L’Ordinanza pubblicata il primo settembre, scade il 30 giugno del 2011, è limitata ai bovini e si ha tempo trenta giorni per impugnarla.(GEAPRESS).</p>
<p><br />
</p>
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		<title>Dalla Chiesa e il pane della legalità</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 10:42:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Francesco La Licata
da La Stampa
C’è un lugubre rituale che da troppo tempo accompagna le calde estati palermitane: le commemorazioni dei caduti sul fronte della lotta alla mafia. Chissà per quale intreccio del destino o quale scelta strategica, gran parte delle più efferate stragi mafiose sono state compiute nei mesi più caldi dell’anno. Ed è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesco La Licata</strong></p>
<p><a href="http://www.lastampa.it"><em>da La Stampa</em></a></p>
<p>C’è un lugubre rituale che da troppo tempo accompagna le calde estati palermitane: le commemorazioni dei caduti sul fronte della lotta alla mafia. Chissà per quale intreccio del destino o quale scelta strategica, gran parte delle più efferate stragi mafiose sono state compiute nei mesi più caldi dell’anno. Ed è forse anche per questo, per la coincidenza delle celebrazioni col periodo feriale che, ogni volta di più, perdono di intensità fino ad appiattirsi nella stanca ripetitività.<br />
<span id="more-1104"></span><br />
D’altra parte, come non cedere alla stanchezza se la lista dei lutti si è allungata a dismisura, insieme con l’immancabile, autistico esercizio di retorica del potere che rivendica successi ma non sa spiegare mai perché, pure a fronte di innegabili battaglie vinte, non si arrivi mai alla vittoria finale.</p>
<p>Ieri a Palermo si è celebrato l’anniversario dell’eccidio di via Carini, che costò la vita a Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo. C’erano tutte le autorità dello Stato presenti, e quelle che non c’erano hanno inviato messaggi. Mancava la famiglia, i figli del generale, che hanno fatto sapere di aver scelto il ricordo privato lontano da Palermo dove non è difficile «incappare in cattivi incontri».</p>
<p>Eppure, anche in assenza dei portatori del «dolore autentico», tra l’effluvio del cordoglio burocratico è affiorato il tema che da sempre accompagna il ricordo del generale mandato in Sicilia a combattere la mafia a mani nude, senza mezzi e senza leggi adatte a quella guerra. E’ il tema della solitudine di Dalla Chiesa che è anche la solitudine di tutti gli uomini dello Stato, caduti perché isolati da un potere che a parole rivendica la volontà di ripristinare la legalità in un vasto territorio nazionale abbandonato al controllo delle mafie, grandi e piccole, e coi fatti fa poco per rendere vincenti gli sforzi dei suoi migliori servitori.</p>
<p>Carlo Alberto Dalla Chiesa era un condottiero che aveva vinto qualche battaglia, anche quella essenziale per la sopravvivenza dello Stato e della democrazia: la lotta al terrorismo politico. Ma non era solo, il generale, mentre ingaggiava quello scontro epocale. Aveva accanto a sé lo Stato, i partiti dell’opposizione, i sindacati, la società civile, la politica: tutti schierati a far muro contro l’eversione. E, qualche anno dopo, investito della responsabilità di liberare un Paese ferito dalla mattanza mafiosa, pensava di trovare accanto a sé la stessa solidarietà. Chiese poteri speciali, che non gli vennero concessi. Anticipò che non avrebbe avuto riguardo per la politica corrotta, già da tempo studiata e conosciuta come alleata e «valore aggiunto» delle cosche. E infine denunciò — su suggerimento di Pio La Torre ucciso a maggio dello stesso anno — l’anomalia della presenza di forti interessi imprenditoriali della Sicilia orientale ormai ramificati a Palermo.</p>
<p>Questo lo scenario che accolse il «prefetto sabaudo» nella terra dei gattopardi. Eppure non era soltanto il gioco grande che perseguiva il generale. Dalla Chiesa sperava (ma non troppo) che la politica avrebbe fatto la propria parte anche nella direzione dei piccoli passi, nel tentativo di ripristinare quotidianamente la legalità delle regole minime. Per esempio rompere con la consuetudine della tolleranza dell’illegalità diffusa che porta a considerare un contrabbandiere un «poveraccio che non fa male a nessuno». Ma quando il generale avviò una campagna per impedire la vendita del pane (prodotto in clandestinità e senza garanzie igieniche) nei giorni di chiusura dei panifici, fu sommerso dall’ironia e dai sorrisetti dei politicanti che anteponevano a tutto il vantaggio personale del voto dei panettieri clandestini. C’è un brano del suo diario, idealmente indirizzato alla prima moglie morta, che descrive perfettamente la sua solitudine e le sue difficoltà. Sui poteri non concessi scrive: «… Promesse, garanzie, sostegni sono tutte cose che lasciano e lasceranno il tempo che trovano. Mi sono trovato d’un tratto in… casa d’altri ed in un ambiente che da un lato attende dal tuo Carlo i miracoli e dall’altro va maledicendo la mia destinazione ed il mio arrivo».</p>
<p>Quanto profetiche suonano queste parole. Perché è proprio questo il nodo dell’irrisolto problema della lotta alla mafia. C’è l’aspetto della repressione e dello scontro militare: gli arresti, le indagini, il sequestro dei beni, le condanne. E su questo terreno bisogna dare atto al governo di essere riuscito ad assestare colpi su colpi e ad indebolire l’organizzazione criminale. Ciò che sembra non essere granché mutato è l’atteggiamento, diciamo, «culturale» nei confronti della «mafiosità», che a volte risulta più pericolosa e pervasiva delle lupare e del tritolo. La guerra si vince se si rende «conveniente» la scelta della legalità, ma per ottenere questo risultato è indispensabile che dall’alto calino ben altri esempi da seguire.</p>
<p>Un capomafia arrestato viene immediatamente sostituito, ma un boss che perde il consenso del suo «popolo» è davvero finito. Se vincono le cricche, le consorterie, se lo Stato ingaggia una guerra quotidiana con la propria magistratura indicandola come «controparte», se l’interesse personale prevale sul bene della collettività, non saranno sufficienti mille arresti e mille condanne.<br />
<br />
</p>
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		<title>Teatro civile, nei luoghi dell’inchiesta e della narrazione, il nuovo libro di Daniele Biacchessi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 13:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esce il nuovo libro di Daniele Biacchessi “Teatro civile, nei luoghi dell’inchiesta e della narrazione” (Edizione Ambiente, collanaVerdenero inchieste), con l’introduzione del critico teatrale Oliviero Ponte di Pino.
Contiene le testimonianze di Marco Paolini, Paolo Rossi, Ascanio Celestini, Marco Baliani, Giulio Cavalli, Renato Sarti, Roberta Biagiarelli, Sergio Ferrentino, Ulderico Pesce, Stefano Paiusco, Raja Marazzini, Patricia Zanco, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esce il nuovo libro di Daniele Biacchessi “Teatro civile, nei luoghi dell’inchiesta e della narrazione” (Edizione Ambiente, collanaVerdenero inchieste), con l’introduzione del critico teatrale Oliviero Ponte di Pino.<span id="more-1100"></span><br />
Contiene le testimonianze di Marco Paolini, Paolo Rossi, Ascanio Celestini, Marco Baliani, Giulio Cavalli, Renato Sarti, Roberta Biagiarelli, Sergio Ferrentino, Ulderico Pesce, Stefano Paiusco, Raja Marazzini, Patricia Zanco, Alessandro Langiu, Elena Guerrini, Saverio Tommasi, Gang, Modena City Ramblers, Cisco, Yo Yo Mundi, Gaetano Liguori, Pippo Pollina, Andrea Sigona, Michele Fusiello, Tiziana Di Masi, Alberto Nicolino, Giorgio Diritti, Massimo Martelli, Giangilberto Monti, Marco Rovelli, Alessio Lega, Massimo Priviero, Manuel Ferreira e Elena Lolli Alma Rosè, Roberto Rossi, Danilo Schininà, Marta Pettinari, Francesco Gherardi, Paolo Trotti, Marta Galli, e centinaia di cantastorie italiani.<br />
Daniele Biacchessi torna nei luoghi della memoria italiana, incontra i principali artisti e musicisti del teatro, del cinema e della musica di impegno civile, narra storie del passato e del presente: Vajont, Seveso, Petrolchimico di Marghera, l’amianto e le discariche abusive, le fabbriche italiane e argentine, zolfare e zolfatari, il teatro ecologico. E ancora la memoria ritrovata della Resistenza, gli alpini morti sul Don, l’assedio di Leningrado, fino alle pagine più oscure della storia contemporanea come le stragi di Piazza Fontana a Milano e alla stazione di Bologna, la morte di Pino Pinelli, il caso Moro, Ustica, Moby Prince, Linate, gli omicidi di mafia e le cosche al Nord.<br />
Per saperne di più:<br />
<a href="http://www.retedigreen.com">www.retedigreen.com</a><br />
<a href="http://www.verdenero.it">www.verdenero.it</a><br />
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		<title>Caro senatur la mafia non è solo al sud</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 16:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[professionisti e mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Brugnone*
Gentile Ministro della Repubblica Italiana, Umberto Bossi, è l’orgoglio quello che mi porta a scriverle. Sono figlio di padre siciliano e madre pugliese, nelle mie vene scorre il sangue di anni ed anni di storia, quella storia che non si può cancellare e non si deve travisare. Sono figlio dei cattolici e dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Brugnone*</strong></p>
<p>Gentile Ministro della Repubblica Italiana, Umberto Bossi, è l’orgoglio quello che mi porta a scriverle. Sono figlio di padre siciliano e madre pugliese, nelle mie vene scorre il sangue di anni ed anni di storia, quella storia che non si può cancellare e non si deve travisare. Sono figlio dei cattolici e dei musulmani, degli arabi, dei normanni, dei greci, dei bizantini, anche se sono nato a Busto Arsizio, in provincia di Varese.<span id="more-1096"></span></p>
<p> Io, rappresentante della prima generazione di meridionali del nord, amo la mia città tanto quanto amo le mie origini e non posso accettare che proprio qui, a Busto Arsizio, lei abbia potuto infangare l’onore della mia e di tante famiglie che con fatica e sudore hanno cercato di costruire la propria vita qui, lontani dai propri padri, dalle proprie madri, dai fratelli e dagli amici più stretti di una gioventù che li ha visti costretti ad abbandonare la propria terra. Vorrei innanzi tutto rammentarle un particolare storico che, alla vigilia dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia, alcuni in modo palese tentano di sovvertire nella propria autenticità: dal punto di vista delle finanze pubbliche, il Regno delle Due Sicilie non solo era una delle tre più importanti economie europee dell’epoca, ma — soprattutto — non arrivò mai al deficit del Regno di Sardegna (ovvero dei Savoia). Questo perché la pressione fiscale in quel Sud che oggi è il Mezzogiorno d’Italia, nell’epoca pre-unitaria era la più bassa d’Europa, mentre i conti pubblici piemontesi venivano inficiati dalla politica espansionistica perpetrata in quegli anni da Cavour. E’ molto probabile che, come dice lei, Senatùr, furono gli stessi imprenditori del nord a “finanziare Garibaldi per prendere il sud”, ma il particolare che sfugge è che probabilmente questa fu una mossa atta a depredarne le ricchezze ed annetterle alle deficitarie casse piemontesi per colmarne, come avvenne, ogni passività. Non possiamo dimenticare, infatti, che con l’Unità d’Italia si impose un significativo inasprimento delle imposte alle regioni del Sud le quali, attraverso un carico fiscale più alto rispetto al resto dell’Italia, dovettero di fatto accollarsi i debiti accumulati dall’ex Regno di Sardegna. E furono anche queste le stesse cause che portarono con ogni probabilità alla nascita del fenomeno del brigantaggio, fino a farlo sfociare nella forma più crudele ed organizzata di criminalità che oggi chiamiamo “mafia”. Questa è la verità, signor Bossi: sono pagine che finalmente oggi possono essere riscritte anche nei libri di Storia. Ma capisco che evidentemente lei in questo campo o starà prendendo lezioni da suo figlio Renzo, o risulta essere purtroppo in mala fede. Negli anni in cui si cerca di creare un’Europa unita e libera da qualsiasi forma di discriminazione, lei, caro Bossi, viene nella mia città a raccontare una storia che non è mai esistita. Ad offendere un Sud Italia che invero cercate perfino di imitare. Ho sorriso quando sentii la proposta di insegnare il dialetto nelle scuole del Nord, nel vedere l’imposizione di una tradizione che questa parte d’Italia non coltiva e che invece viene con amore tramandata nelle terre del Sud. Terre che — statistiche alla mano — sfornano i migliori cervelli del nostro Paese: giovani che si impegnano, studiano, faticano e sudano per poter conquistare un riconoscimento culturale che si trova anche costretto a superare i pregiudizi radicati in una mentalità chiusa ed ignorante. Ed uso senza disprezzo tale sostantivo per esprimere semplicemente il concetto che l’ignoranza altro non è se la non conoscenza di qualcosa. A tal proposito, sarò felice se un giorno mio padre decidesse di soprannominarmi squalo, piuttosto che essere pubblicamente destituito alla dignità di una trota. Al contrario del povero Renzo, però, io periodicamente mi spingo al di sotto della nostra bellissima Capitale, ed è nelle terre che furono dei miei nonni ed in quelle vicine, come la Calabria, che ho trovato ragazzi animati dal fervore di un’appartenenza ad una realtà troppo spesso bistrattata, pronti a voler e dover riscattare il proprio essere: cittadini di un’Italia che non vuole rappresentare sé stessa. Soffrivo da bambino la lontananza dai miei parenti, dalle mie radici. Mi ripetevo che una volta cresciuto avrei invertito la tendenza: se i nostri genitori furono costretti ad andarsene, noi avremmo dimostrato che invece si poteva e si doveva lottare e restare. Oggi, a ventidue anni, il mio pensiero è mutato a causa di diversi fattori, primo fra tutti quel terribile cancro che è la mafia e che divora l’economia e la politica del nostro Paese. Ho capito che nonostante le mie origini, sono nato e cresciuto a Busto Arsizio e farei un errore imperdonabile, adesso, ad abbandonare questa mia terra. E ho deciso di impegnarmi in maniera concreta con diversi miei coetanei già nel 2007, costituendo su spinta di Aldo Pecora proprio qui nella “tranquilla” Lombardia un coordinamento regionale di quello che oggi — chi l’avrebbe mai detto — è il più grande movimento giovanile antimafia d’Italia: “Ammazzateci Tutti”. L’ho fatto perché sono figlio dell’Italia e degli italiani e qui in Lombardia rivivo gli stessi problemi e rivedo gli stessi soprusi che i miei genitori vivevano alla mia età. Non prendiamocela con il soggiorno obbligato, non cerchiamo scuse per allontanare quelle che sono le nostre colpe. La Lombardia, purtroppo, è oggi una delle regioni a più alto tasso di incidenza mafiosa d’Italia e proprio qui si ritrovano a gestire grossi e loschi affari le famiglie di Cosa Nostra, della ‘Ndrangheta, della Camorra e della Sacra Corona Unita. E questo non perché i boss siano riusciti a conquistare e dominare una terra a loro straniera, ma solo perché vi hanno trovato un terreno fertile, fatto in larga misura da imprenditori, quelli del Nord, che hanno subito capito che con la mafia potevano raddoppiare se non triplicare i bilanci delle loro aziende. I mafiosi hanno forse trovato qui nelle nostre province gente più spietata di loro, gente che forse non ucciderà fisicamente, ma che di certo risulta facilmente corruttibile e disposta a comprimere ogni principio di libera economia, contribuendo in maniera tutt’altro che inconsapevole alla proliferazione delle consorterie criminali. Siamo noi adesso gli omertosi, caro Bossi. Siamo noi lombardi (probabilmente anche molti tra i suoi elettori) che sappiamo tutto e non diciamo niente! Sono gli occhi dei “lumbàrd” che vedono, le orecchie dei “lumbàrd” che sentono e le bocche dei “lumbàrd” che si tappano e diventano complici di quell’omertà che poi, in pubblico, con troppa facilità lei ed i suoi luogotenenti additate ai meridionali. Anzi, ad onor del vero non tutti i leader leghisti hanno in odio il popolo meridionale, perché al Ministro dell’Interno Maroni va riconosciuta un’azione seria e mirata contro la criminalità organizzata, frutto di un lavoro di squadra condotto in sinergia con uomini e donne del Sud da anni in prima linea in regioni come la Sicilia, la Calabria e la Campania. Non posso accettare che oggi, nel Terzo millennio, nell’era di Internet e della globalizzazione, della multietnicità e della mobilità internazionale, qualcuno ancora creda possibile screditare, attraverso un uso distorto ed in alcuni casi strumentale della storia e della realtà, un intero popolo che ha pagato a duro prezzo la costruzione di quello che oggi é il nostro Stato, quello stesso popolo che oggi vive anche qui a Busto Arsizio, a Varese, in Lombardia, in Italia. Chi ha voluto scriverle queste righe, Signor Ministro, è un lombardo di prima generazione, un “terrone del Nord”, che studia in un’università pubblica e che coltiva il sogno di poter un domani indossare la toga di magistrato. Fiero, come dovremmo esserlo tutti, di essere prima di tutto un cittadino Italiano.</p>
<p><em>*Coordinatore regionale per la Lombardia membro Esecutivo nazionale “Ammazzateci Tutti“</em><br />
<br />
</p>
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		<title>Da domani a Cinisi tre giorni dedicati alla memoria di Peppino Impastato</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 14:51:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Sud]]></category>
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		<description><![CDATA[Domani alle ore 21,30, nei locali della Pizzeria Impastato, in contrada Vallecera, sulla Statale, a Cinisi a dieci anni dell’uscita del film “I Cento Passi”, sarà ricordato l’evento dell’importante riconoscimento con il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia.
Saranno presenti il regista Marco Tullio Giordana, gli attori principali del film: Luigi Lo Cascio, Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani alle ore 21,30, nei locali della Pizzeria Impastato, in contrada Vallecera, sulla Statale, a Cinisi a dieci anni dell’uscita del film “I Cento Passi”, sarà ricordato l’evento dell’importante riconoscimento con il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia.<span id="more-1094"></span><br />
Saranno presenti il regista Marco Tullio Giordana, gli attori principali del film: Luigi Lo Cascio, Paolo Briguglia, Claudio Gioè, Lucia Sardo, il produttore Fabrizio Mosca, gli sceneggiatori Claudio Fava e Monica Zappelli, assieme al resto degli attori e di altri addetti alla realizzazione del film. La manifestazione prevede: alle 19.30 visita a Casa Memoria; alle 21.00, il trasferimento alla Pizzeria Impastato, alle 21.30 la proiezione della pellicola. Seguirà un incontro-dibattito.<br />
Ad arricchire la serata la partecipazione dei musicisti che hanno dedicato loro composizioni a Peppino e alla sua lotta: Cisco, i Modena City Ramblers, Pippo Pollina, Collettivo Musicale Peppino Impastato ed altri.</p>
<p>Il 2 settembre alle ore 21.30, “Omaggio a Felicia” per ricordare la grande madre di Peppino insieme alle altre donne antimafia. Per l’occasione sarà presentato il cd contenente le voci e le foto delle donne contro la mafia, allegato alla nuova edizione del libro “Felicia e le sue sorelle” di Gabriella Ebano.<br />
Oltre all’autrice saranno presenti Pina Grassi, Michela Buscemi, Lucia Sardo, Anna Puglisi e Felicetta Vitale Impastato. Moderatore dell’incontro Francesco La Licata.<br />
Il 3 settembre alle ore 21.30, “In ricordo del generale Dalla Chiesa”, a ventotto anni della sua uccisione con la moglie Manuela Setti Carraro ed il suo agente di scorta Domenico Russo, sarà proiettato il film “Cento Giorni A Palermo” di Giuseppe Ferrara.<br />
</p>
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